Short Story - Danzare



“Non devi smettere di danzare” Cosi l’uomo pecora parlava al protagonista di Dance Dance Dance. E’ una frase molto evocativa, li per li non c’ho fatto molto caso, ma in seguito mi è capitato di soffermarmici più profondamente. In effetti la metafora della danza è molto centrata. Muoversi, sapere i movimenti, i passi da percorrere. Quando si danza si è in una sorta di stato di trance. E’ un po’ come quando si recita, si è ancora consapevoli di essere dentro uno spettacolo, ma allo stesso tempo si crede a quello che si recita ed ecco che il pensiero del reale si perde. E’ un luogo liminale, quasi di incoscienza. Un coma vigile.
In questo momento mi sento di non riuscire a danzare come vorrei. Conosco i passi. Li vedo come se fossero incisi nel cammino che mi si pone davanti, però non riesco a centrarli. Vado per mettere il piede e fallisco miseramente. Esco fuori dal tracciato. E se stessi danzando nella direzione sbagliata? Forse il problema non sono i passi, è che sto facendo i passi giusti nel posto sbagliato. Come ballare un walzer con un sottofondo di dei Kinks. Molto complicato.

Che fine ha fatto la mia creatività, quella esplosiva, quella che mi faceva scrivere pagine e pagine di appunti. Un entusiasmo che non mi era mai appartenuto. Scrivevo tutto. Tutto poteva essere importante. Anche il più stupido degli sketch. “Era cosi conservatore che aveva delle mozzarelle in frigo dall’88”. Che stronzata. Eppure l’ho scritta. Credo che qualcuno abbia anche riso quando l’ho pronunciata. Durante delle prove del laboratorio teatrale se non sbaglio.

Scrivevo anche spezzoni, scena a sè, che non avevano alcuna contestualizzazione. Solo una frase, una situazione. Nient’altro. Alcune avevano delle “sorelle”, altre erano figlie uniche. Possibile che il mio picco creativo si sia già afflosciato? Soffro di impotenza creativa? Forse si è solo assopita. Forse altre cose sono sopraggiunte e non fanno affiorare quello che dovrebbe venir fuori. Forse. Maybe.

Scena in casa. Lei è al tavolo. C’è anche un lui e ci sono io. I genitori di lei sono seduti dall’altra parte. Io (o meglio il mio personaggio) mi trovo in mezzo a due fuochi. Lei struscia lentamente la gamba contro la mia. Il tutto avviene sotto al tavolo nessuno ci fa caso, a parte me. Lui nel frattempo racconta un aneddoto agghiacciante. Qualcosa come una volta in cui ficco un dito nella vagina di non so chi mentre ballava in discoteca. Rabbrividisco. I genitori ridono. Rabbrividisco ancora. Lei continua a strusciare il suo piede con le mie gambe. Mi guarda. Lui si rivolge a me. “Quindi giochi a Basket?” “Io…si. Ma cosi come hobby” “Io ho smesso perchè ero troppo nervoso, finiva sempre in rissa” “ah…” Io sorrido. “credo sia il momento di andare, devo portare giu il cane”

Scena stereotipata. Dialoghi al minimo storico. Però l’ho scritta. L’ho messa come da inserire in qualcosa. Non sapevo cosa e non lo so tutt’ora. Mio Dio. Forse non è poi cosi un male aver smesso di appuntare tutto. Però mi piaceva quella sensazione di mettere su carta la propria mente. Era come fare una telecronaca. Qualsiasi cosa poteva essere importante. Ogni azione può valere un gol. Non si può decidere prima se raccontare o no un azione. 

Di solito scrivo di getto. Non ragiono. Sento che devo scrivere qualcosa e la scrivo. Questo è molto grave. Perchè quando non ho alcun sentimento non scrivo. Nulla. Il vuoto. La mano si atrofizza. Ho cercato sforzandomi di buttare giù qualcosa, o di riscrivere qualcosa di già scritto, ma poi lascio perdere. E’ un po come nell’antichità quando gli stregoni venivano guidati dalle divinità…e…no. Mi sono lanciato troppo oltre. Adesso non sono mica uno sciamano. Non mi sento tale. Però non so come altro spiegare quella forza creativa che ogni tanto si imbatte in me.

Ecco. Ho scritto tanto per scrivere. No. Forse esagero, qualcosa sentivo di doverlo scrivere. Poi sono andato avanti di inerzia. Fuori piove. Una ragazza una volta mi disse che bisogna scrivere anche quando non se ne ha voglia. Tirare giù delle parole. Scrittura libera. Senza regole. Senza senso. Magari scrivendo proprio che quello che si sta scrivendo è la cosa più brutta mai digitata su un foglio elettronico. Smetto. E’ meglio. Piove.